Misurare il successo dei social media


Mentre è facile farsi entusiasmare dal numero di seguaci che il tuo museo attira su Twitter o Facebook, è importante essere obiettivi sul perché stai utilizzando i social media.

Bisogna puntare di più sulla qualità che sulla quantità – l’interazione regolare tra un certo numero di fan su Facebook è più efficace rispetto ad avere un elevato numero di seguaci che lasciano un messaggio sulla bacheca e non si fanno più vivi. Starbucks e Coca Cola sono i principali esempi di gruppi di Facebook su larga scala con bassi livelli di coinvolgimento.

All’inizio di qualsiasi progetto di social media, dovresti pensare a quelli che sono i tuoi obiettivi; sono questi obiettivi che contano, piuttosto che la popolarità della tua organizzazione, quando si tratta di misurare il tuo successo online.

Ci sono misure facili e difficili per dimostrare il successo. Le misure difficili comprendono gli indicatori web standard come:

• Visite e reindirizzamenti
• Volume di ricerca
• Analisi delle statistiche utilizzate per migliorare le procedure rendendole più efficaci
• Numeri di seguaci, fans, amici

Queste misure difficili rendono molto più facile la quantificazione del ritorno degli investimenti nei social media rispetto ai media tradizionali; è ad esempio virtualmente impossibile misurare con precisione quante persone agiscono su un annuncio di giornale.

Possiamo sfruttare l’influenza che i social media hanno sul pubblico, cercando di misurare, ad esempio, quante persone che interagiscono con te on-line visitano anche il museo fisicamente; si tratta di una cosa difficile, ma non impossibile.

Nel 2009 il TATE ha offerto ai suoi fan di Facebook, sulla sua bacheca, un buono sconto per una mostra dell’artista britannico Chris Odofi. Questo buono è stato sfruttato da oltre 10.000 persone, mostrando un legame diretto tra coloro che interagiscono con la galleria su Facebook e coloro che pagano per partecipare a un’esibizione.

Oltre a utilizzare strumenti quali buoni per misurare l’efficacia dei social media, dovresti anche includere delle domande rilevanti nel tuo sondaggio annuale proposto ai visitatori, scoprendo se il tuo pubblico è attivo su siti come Facebook e Twitter e chiedendogli se sa che il tuo museo è presente su questi siti.

Verifica anche la qualità delle tue interazioni, per esempio se fai al pubblico una domanda su Facebook, quante persone rispondono e cosa stanno scrivendo?  Facebook’s Insight analytics ti fornisce gli strumenti per misurare quanto impegno c’è sui tuoi contenuti sul social network.

Potresti anche guardare oltre ciò che le persone ti dicono direttamente, monitorando qualsiasi riferimento al tuo museo che viene fatto sulle piattaforme di social media, registrando sia le risposte positive che quelle negative.

Perché misurare?

Mentre i social media possono sembrare una risorsa a basso costo, ci può volere molto tempo per riuscire a gestire queste piattaforme e potrebbe essere necessario dover giustificare questa attività, soprattutto se hai un team di gestori scettico sulla sua utilità.

Misurare la risposta al tuo museo e all’attività dei social media è importante anche per registrare i progressi ed il successo e per imparare da ciò che si sta facendo; non sarai mai veramente in grado di sapere se quello che stai facendo ha qualche effetto se non lo misuri.

Ritengo inoltre che i musei possono avere un enorme successo con i social media, e questo dovrebbe essere misurato per giustificare il tempo di gestione di tali siti web.

Come si misura il successo dei social media?

Una lettera aperta al direttore del Museo che non punta al sociale


‘Io non sono su Facebook e non credo che dovremmo sprecare tempo e denaro per questo genere di cose’, questo era il messaggio di un direttore di museo al termine di una mia presentazione su come le loro istituzioni dovrebbero usare i social media.

Avevo già sentito prima questo genere di commenti, e spesso ricevo email da persone che lavorano in musei con direttori o manager che hanno una simile mentalità, qualcuno cioè che non capisce il potere dei social media.

Per tutti coloro che lavorano nei musei che pensano che i social media non sono importanti per il nostro settore, ecco u elenco dei motivi per cui si sbagliano.

1. Solo perché non sei su Facebook non significa che i tuoi visitatori non ci siano, per esempio la ricerca mostra come nel Regno Unito il 79% delle persone sono attive sui siti web di social media. L’unico modo per sapere se Facebook, Twitter, YouTube o anche il tuo sito web sono importanti per il tuo pubblico è quello di chiederglielo.

2. Se si perde un po di tempo a guardare questi siti, si scopre che la gente sta parlando proprio del tuo museo. Ignorando questi spazi di social media, ignori i pareri del pubblico locale, la possibilità di reagire e migliorare in base ai loro pensieri.

3. I Social Media possono essere un ottimo strumento di marketing. Sappiamo che il TATE fa una ampia pubblicità, e Facebook è la seconda più grande fonte di traffico per il loro sito web. E’ anche più economico di una campagna pubblicitaria nella metropolitana di Londra.

4. Il Social Media non dovrebbero essere solo visti come uno strumento di marketing. Questi siti e servizi web hanno il potenziale per aiutare i musei in diversi modi, compresa la ricerca, raccolta fondi, co-creazione di contenuti ed educazione.

5. I siti di Social media come Facebook e Twitter creano delle comunità intorno a marchi, interessi e luoghi. Questa può essere una piattaforma molto potente attraverso la quale il museo coinvolge la sua comunità.

6. Molti professionisti museali usano Twitter; questa piattaforma di social media offre l’opportunità di connettersi con gli altri professionisti del settore, dando la possibilità, inoltre, di scoprire ciò che le altre istituzioni stanno facendo.

7. I social media offrono anche alla più piccola istituzione l’opportunità di lavorare con altri operatori del settore per aumentare la visibilità dei musei e promuovere ciò che offriamo. Cerca # temidicultura per scoprire che cosa la comunità dei musei sta facendo sui social media questo mese.

8. I social media consentono di portare il pubblico dietro le quinte, collegando i membri del pubblico con gli appassionati esperti che lavorano nel vostro istituto. Nel settembre 2011 un evento chiamato “Chiedi a un Curatore” ha generato oltre 10.000 messaggi su Twitter, la maggioranza di coloro che hanno posto delle domande ha detto che intendevano visitare le istituzioni che avevano avuto il tempo di rispondere alle loro domande.

9. innumerevoli musei e gallerie d’arte stanno facendo uso di questi siti web di grande effetto; chiedi ai tuoi colleghi come i social media stanno cambiando il modo in cui lavorano oppure osserva il modo in cui stanno usando Twitter, Facebook, YouTube e Flickr.

10. Basta provare i social media, non ci vuole molto per farlo, e molto probabilmente troverai che la vibrante comunità di nicchia presente su questi siti ti sarà di ispirazione.

Il pubblico è morto, parliamo invece di partecipanti


Il pubblico è fondamentale per gran parte di ciò che un museo fa, ed i sondaggi sui visitatori e la segmentazione del pubblico, nel corso degli ultimi dieci anni, hanno migliorato la nostra comprensione delle persone che varcano le nostre porte di ingresso.

Se definiamo pubblico i destinatari di una prestazione o un servizio, allora ‘pubblico’ non sembra il modo migliore per descrivere il consumatore moderno di un museo. Queste sono persone che vivono una vita sempre più digitale, in cui non sono spettatori, ma partecipanti attivi, positivamente impegnati attraverso programmi e progetti di sensibilizzazione.

Anche se è improbabile che l’uso della parola ‘pubblico’ cambierà, penso che sia utile per noi pensare delle persone che scelgono di interagire con i musei in modo digitale o facendo una visita come ‘partecipanti’.

Sia che stiate progettando una nuova mostra, sito web o piano di marketing, pensare a come interagire con i ‘partecipanti’ del museo piuttosto che con il ‘pubblico’ vi darà una mentalità diversa.

Marketing per i partecipanti

Nel febbraio del 2011, un gruppo di musei e gallerie nello Yorkshire, in Inghilterra, ha lanciato una campagna di marketing per promuovere le collezioni d’arte esposte in 35 sedi in tutta la loro contea.

La campagna ha scelto di non puntare su quanto sia grande l’arte in questi musei e gallerie, ma ha invece chiesto al pubblico di partecipare alla campagna, condividendo le loro storie sui dipinti preferiti.

La campagna Yorkshire’s Favourite Painting ha offerto un premio unico, l’opportunità di vincere una copia del dipinto preferito, e in sei settimane oltre 400 persone hanno avuto l’opportunità di partecipare al concorso.

Le storie sul perché la gente amava questi dipinti sono state diverse, da un commovente racconto di una madre che aveva perso suo figlio nel conflitto in Afghanistan e un dipinto di Lowry gli faceva venire alla mente il figlio, ad un bambino di sei anni a cui ‘piacevano le belle ragazze ‘in un dipinto di sirene e una signora che voleva vincere una copia di un’opera di suo padre, un famoso artista.

Mentre 400 persone hanno scritto racconti, molti altri hanno partecipato in altri modi, condividendo le storie attraverso i social media, lasciando commenti e votando per le storie.

Il sito web ha attratto decine di migliaia di visitatori, ma la campagna ha avuto una risonanza ulteriore, con i partecipanti online che sono diventati i visitatori del mondo reale.

Siti web per i partecipanti

Mentre i musei stanno creando opportunità per il pubblico per partecipare online attraverso il loro uso di Facebook e Twitter, la maggior parte di loro  non ha integrato questo tipo di interazione nei loro siti web.

Il Teylers Museum, il più importante ed antico museo olandese è uno di questi. Il suo   sito web offre al pubblico tutte le informazioni pre-visita di cui potrebbero avere bisogno, ma non sembra dare al pubblico la possibilità di partecipare in modo significativo.

Tuttavia, il Museo Teylers ha un altro sito, costruito con lo strumento di social network NING , che rompe i confini e da al museo una nuova vita, al contrario del suo sito principale.

Il sito invita chiunque a partecipare, iscrivendosi a questo mini social network di curatori, soci e amici del museo.

Herman Voogd del Museo Teylers spiega ‘Abbiamo iniziato ad utilizzare NING per dare a tutti i fans del museo Teylers ed al nostro personale l’opportunità di lasciare foto e messaggi sul museo.

‘Ci piace l’idea di avere un sito web tradizionale ed un’altro che è più aperto. Un blog, un foto-album in cui ogni membro del personale ha più libertà. Sul nostro sito NING non importa se una foto non è limpida o se il filmato è amatoriale.

‘La regola è di non spendere un sacco di tempo ma condividere un sacco di conoscenza sul museo e sulle collezioni’.

L’utilizzo di NING come piattaforma dà al pubblico l’opportunità di partecipare non solo commentando il contenuto aggiunto al sito web del museo, ma anche avviando  delle conversazioni e condividendo il suo punto di vista sul museo.

In definitiva, credo che tutti i siti web dei musei debbano dare al pubblico la possibilità di partecipare in questo modo. Questo approccio richiede più tempo e fatica di un sito tradizionale, e molti possono preoccuparsi delle risorse che una tale comunità online richiederebbe. Ma se un museo non ha il tempo di partecipare a conversazioni con il suo pubblico (anche online) allora penso che deve ristabilire le sue priorità.

Mostre per i partecipanti

Un altro modo per coinvolgere il nostro pubblico in maniera partecipativa è attraverso la co-creazione di una mostra. Penso che questa sia una straordinaria opportunità che alcuni musei stanno appena iniziando ad esplorare.

Questo tipo di co-creazione può assumere molte forme; potrebbe essere una mostra storiografica plasmata dai contributi di persone che hanno vissuto l’evento; una mostra d’arte pubblica creata con i visitatori oppure chiedendo ai visitatori di scrivere nuove etichette per i dipinti.

Un esempio recente viene dal CCCB di Barcellona , dove una mostra di fotografia del 20° secolo del fotografo spagnolo Josep Brangulí è stata affiancata da un vero progetto del 21° secolo.

Dei Fotografi contemporanei sono stati invitati a rispondere ai temi della mostra (ed al lavoro di Josep Brangulí) attraverso un bando che ha attirato la fiorente comunità Flickr di Barcellona che ha fornito oltre 2.000 contributi in un mese.

Un’immagine che riflette i diversi temi della mostra sarà esposta insieme all’opera di Josep Brangulí, mentre tutte le altre immagini inviate verranno visualizzate in una proiezione.

In questo caso i social media non vengono utilizzati per sfruttare una tendenza, ma per fornire uno spettacolo migliore attraverso la partecipazione pubblica, e facendo questo CCCB fa in modo che gli individui che vogliono essere coinvolti pensino profondamente ai temi della mostra e al mondo che cambia, per come viene percepito sia nelle immagini di Brangulí che in quelle contemporanee.

Questo tipo di partecipazione riconosce che il pubblico ha una voce valida all’interno del museo, e che questi individui hanno un contributo da dare.

In Conclusione

Quello che queste forme di partecipazione hanno in comune è che  riconoscono che il pubblico ha una voce valida all’interno del museo, e che questi individui hanno qualcosa con cui contribuire, rendendo spesso le mostre migliori di come potrebbero essere senza la partecipazione del pubblico.

E’ forse ingenuo pensare che le migliori competenze esistano sempre e solo all’interno di un museo.

Il nostro pubblico non è composto da spettatori passivi. Essi si aspettano sempre di più che i musei offrano loro esperienze di partecipazione e questa dovrebbe essere riflessa dal modo in cui il museo moderno si avvicina a loro.

Non considerare le persone che entrano all’interno del museo o interagiscono con te on-line come un semplice pubblico; pensa a ciò che puoi può fare per i tuoi partecipanti.

 

Condivisione sociale


I Siti di social media come Facebook e Twitter sono essenzialmente delle reti persona-a-persona e mentre le imprese e le istituzioni culturali possono tentare di sfruttarli per il marketing, la maggior parte non riescono a sfruttare tutte le loro potenzialità, trattandoli come i vecchi media.

Nel mondo reale, le persone condividono le loro opinioni sul mondo che li circonda, e questo tipo di conversazione è la più potente influenza sui prodotti che acquistiamo, e il modo in cui scegliamo di trascorrere il nostro tempo libero.

La ricerca mostra che una raccomandazione di un amico è più potente di qualsiasi messaggio pubblicitario, e questo è altrettanto vero sui siti web e sui social media come Facebook e Twitter.

Naturalmente la raccomandazione personale non è una novità, dieci anni fa avrei potuto raccomandare ad a una manciata di persone una nuova mostra o uno spettacolo che mi era piaciuto, ma i social media amplificano il marketing del’passa parola’, così invece di dover raccontare ad ogni persona la mia esperienza, con un semplice click posso far sapere quello che penso a centinaia o migliaia di persone.

Penso che le istituzioni culturali necessitino di ripensare il modo in cui si avvicinano ai social media, passando da un approccio del tipo ‘che cosa vogliamo dire?’ a ‘come facciamo a convincere la gente a parlare di noi?’.

Ci sono molti modi per far si che le persone sostengano la vostra causa o per incoraggiarli a parlare del vostro istituto culturale.

Convinci le persone a cliccare su ‘Mi Piace’.

Facebook e altri siti di social media rendono facile per le persone la condivisione delle cose che li interessano con i loro amici, attraverso i pulsanti di ‘condivisione sociale’.

Questi pulsanti possono essere aggiunti a qualsiasi pagina del tuo sito web attraverso una semplice linea di codice e quando qualcuno ci clicca sopra, un link al contenuto corrispondente appare sulla rete sociale corrispondente, in modo che essi possano condividere queste informazioni con i loro amici.

L’utente medio di Facebook ha 130 amici, ma la ricerca dimostra che le persone che cliccano il pulsante ‘Mi Piace’ su Facebook hanno in media il doppio di amici.

In definitiva penso che questa tecnologia farà un passo al di là di Internet, ad esempio un museo potrebbe avere un tasto ‘Mi Piace’ accanto ad un dipinto, e quando un visitatore fa passare il suo smart phone accanto a questo, istantaneamente invia un link sulla sua bacheca di Facebook.

Chiedi alle persone di lasciare un commento

Un modo che utilizza TATE per convincere la gente a parlare delle loro mostre è attraverso una sezione recensioni sulla loro pagina di Facebook .Questa è una pubblicità incredibilmente potente per le loro mostre, visto che persone reali condividono le loro esperienze di TATE.

TATE utilizza una applicazione gratuita di Facebook chiamata ‘Commenti’ per alimentare questa funzionalità sulla sua pagina di Facebook, e qualsiasi museo o galleria può aggiungerla alla loro pagina personale in pochi minuti.

Se scegli di aggiungere commenti alla tua pagina di Facebook, è necessario considerare anche come informerai le persone di questo. Potresti utilizzare dei manifesti nella tua sede per informare i visitatori che vorresti che loro lasciassero un commento, oppure se le persone devono comprare dei biglietti, prendi i loro indirizzi e-mail e invia loro un invito a lasciare un commento il giorno seguente.

Trova un inquilino

Un altro modo interessante per fare in modo che un membro del pubblico condivida le sue esperienze di una istituzione culturale è quello di invitare qualcuno a vivere all’interno di essa. Questo è ciò che ha fatto il   Museum of Science and Industry di Chicago quando ha istituito un concorso per trovare qualcuno disposto a vivere nel museo per un mese.

Il museo ha ricevuto più di 1500 applicazioni per vivere nel museo, e ha selezionato come vincitrice una donna di nome Kate.

Essa ha fatto esperimenti, ha parlato ai visitatori e ha condiviso la sua esperienza con i membri del pubblico attraverso un blog, attraverso video e attraverso Twitter. Avere un individuo che non è legato all’istituzione dà a questo contenuto sociale più credibilità rispetto a quando il museo scrive di se stesso.

Mentre in questo caso si trattava di un museo che ha trovato un inquilino, posso immaginare che questo possa funzionare anche per altre istituzioni culturali, come ad esempio un appassionato di teatro che vive il dietro le quinte della realizzazione di un nuovo spettacolo.

Tratta i blogger come rockstar

Non hai bisogno di andare fino all’estremo e trovare qualcuno che viva nel tuo istituto culturale per convincerlo a scrivere su di te, basta che tu ti metta in contatto con i blogger.

I blog stanno diventando sempre più dei luoghi molto affollati di persone. devi fare un po di ricerca per costruire una ‘lista’ dei blogger che contano, sia nella tua area geografica che nel tuo campo, ma i risultati possono essere impressionanti.

Per una mostra che ho sviluppato due anni fa, ho fatto amicizia con quattro o cinque importanti blogger. Collettivamente avevano un pubblico di oltre 100.000 persone ogni giorno, fra l’altro era un pubblico molto mirato di persone interessate al tema della mia mostra.

Una volta che hai una lista dei blogger che possono essere utili alla tua organizzazione, invitali a consultare le anteprime della stampa e incoraggiali a scrivere sulle tue mostre, eventi o spettacoli dando loro accesso alle fotografie per illustrare un post sul blog.

Conclusioni

L’attività di social media non deve essere solo concentrata su quello che si vuole dire, si dovrebbe essere costantemente alla ricerca di opportunità per far si che glia altri parlino di te.

Come puoi utilizzare i social media per convincere la gente a parlare della tua mostra, prestazione o evento?

Realtà Aumentata


Nel mese di ottobre dello scorso anno, un paio di new media artist un po maliziosi ha organizzato una mostra sul 21° secolo al Museum of Modern Art di New York. Si trattava di porre numerose opere d’arte extra nelle gallerie assieme all’apertura di un piano completamente nuovo – il settimo – nella parte alta dell’edificio MoMA.E tutto questo senza autorizzazione e senza che l’istituzione ne sapesse nulla (almeno all’inizio).

Se non lo avete già indovinato, questo stratagemma apparentemente impossibile è stato realizzato utilizzando la realtà aumentata, (augmented reality, o AR in inglese), che consiste nella sovrapposizione di elementi digitali su una visione dal vivo di uno spazio reale, attraverso uno smartphone o strumenti simili.I due artisti erano Sander Veenhof e Mark Skwarek e lo show We AR in MoMA guerrilla è stato concepito come parte del più ampio Conflux Festival di arte partecipativa e tecnologia che si stava svolgendo a New York in quel  momento.

Utilizzando lo speciale browser Layar di realtà aumentata installato su uno smartphone, i visitatori sono stati in grado di guardare le gallerie attraverso le telecamere dei loro telefoni, mentre il sistema di localizzazione GPS e la connessione ad internet ha permesso all’arte virtuale di essere proiettata sopra la parte superiore dell’immagine della telecamera dello spazio del museo.

Veenhof e Skwarek hanno utilizzato l’evento per sollevare l’attenzione sull’impatto dell’AR sugli spazi pubblici e privati, ed allo stesso tempo dimostrando alcune delle frontiere della new media art.Secondo Veenhof, il MoMA non ha contribuito alla manifestazione, pur avendo avuto un gran numero di visitatori che visualizzano le gallerie attraverso i loro telefoni.

Anche se il We AR in MoMA è stato inserito di nascosto all’interno di una istituzione museale, la realtà aumentata è qualcosa che i musei e le gallerie stanno iniziando a sperimentare con se stessi. Nonostante i curatori del MoMA possano considerare il lavoro di Veenhof e Skwarek come un intervento artistico valido o no, esso offre comunque offre alcuni scorci di come una galleria potrebbe utilizzare l’AR al fine di offrire ai visitatori ulteriori contenuti interpretativi. Le guide AR offrono una nuova dimensione rispetto alle tradizionali audio guide, pur rimanendo personali per ogni visitatore.Esse possono, ad esempio, includere un artista in piedi vicino alla sua opera che descrive i suoi processi di lavoro.Infatti, l’artista Jan Rothuizen ha già collaborato con il programma ARtours dello Stedelijk Museum di Amsterdam con una mostra AR del suo lavoro.

Altre istituzioni culturali stanno inoltre cominciando ad utilizzare l’AR per integrare i contenuti digitali con il mondo reale. Un certo numero di primi esperimenti in questo settore si sono concentrati sugli spazi della città, sovrapponendo immagini storiche o architettoniche su una vista della città dal vivo.L’applicazione per iPhone del Museum of London, Streetmuseum , è un esempio di questo, dove la collezione del museo dell’archivio delle foto di Londra viene inviata ai telefoni degli utenti a seconda della loro posizione ed orientamento attuale.

Il Powerhouse Museum di Sydney, in Australia, offre una simile AR mobile app , prelevando le immagini dalla collezione del museo di Flickr e presentandole attraverso la piattaforma Layar. Edifici virtuali sono presenti anche nella mobile app UAR (realtà urbana aumentata) dell’Architecture Institute d’Olanda, progettato dalla società di consulenza Olandese IN10 .Questa app sovrappone le immagini del passato agli edifici del presente, così come le immagini di quello che sta per venire, nelle città di Amsterdam e Rotterdam. C’è anche un Layar del Muro di Berlino con le sue imponenti torri di guardia, che rispristina la barriera che divideva le due metà ora riunite della città.

L’AR è chiaramente un qualcosa di divertente, di stile sci-fi. Come molte nuove tecnologie, è affascinante e accattivante.Ma è di reale valore per il settore museale o si tratta solo di un trucco per cellulari?Tristan Gooley, autore di Natural Navigator, ha detto al programma di BBC Radio 4, che, nonostante le nostre migliori intenzioni, la tecnologia troppo spesso “si pone tra noi e l’esperienza”.I suoi commenti sono riferiti alla prossima uscita della mobile app dei Royal Botanic Gardens, Kew, in questo caso Gooley si riferiva all’esperienza di vedere il mondo naturale non attraverso uno schermo.Tuttavia, simili obiezioni potrebbero essere sollevate in relazione agli oggetti presenti in una mostra di un museo.

L’AR aggiunge qualcosa all’esperienza del museo o diventa essa stessa esperienza? Cosa ci guadagniamo dal guardare una composizione digitale / reale del mondo attraverso un telefono cellulare e che cosa si perde? Nel caso di un archivio fotografico non si può che provare un brivido nel guardare oltre le barriere della storia, mentre si è in piedi nel luogo stesso da cui è stata catturato l’immagine originale.

E forse l’AR può anche liberare gli oggetti. Il capo delle collezioni del Museo Stedelijk Schavemaker Margriet ha affermato nel 2010 alla Conferenza Tate Handheld che gli oggetti in una collezione museale vengono rimossi definitivamente dal loro contesto originale e messi invece in un ‘cubo bianco’.Ma l’A R ha il potere di riportarli indietro.In teoria, la raccolta del ‘museo aumentato’ potrebbe essere senza confini geografici e di spazio, con oggetti che appaiono in posizioni rilevanti nel mondo reale utilizzando una sovrapposizione AR.

In questo senso, forse l’AR è il migliore strumento tecnologico di sempre per il museo. Gli Oggetti provengono da tutto il mondo e solo successivamente sono catalogati, depositati,curati ed esposti dai musei. Forse l’AR consente agli oggetti raccolti di ritornare in natura, ma questa volta con un aumento di valore – le conoscenze specialistiche e le interpretazioni da parte dei professionisti museali che studiano ed hanno cura di loro.

Nel frattempo, tieni d’occhio i new media artist per avere dei suggerimenti su quello che verrà. All’edizione 2011 dellaBiennale Esposizione d’Arte Internazionale di Venezia ci sono dei piani per la predisposizione di un intero padiglione di opere non invitate, grazie a Veenhof e Skwarek …

Ciò che l’iPad può fare per i musei


Anche se sono passati solo pochi anni dall’introduzione della tecnologia multi-touch nei primi iPhone, siamo già diventati familiari con il modo in cui i dispositivi di comunicazione integrano perfettamente le vaste risorse informative in Internet ed i social network. Le tecnologie di interazione di alta fascia sono ormai così comuni che molti di noi li porta con sé in tasca tutto il giorno. E con l’aumento delle applicazioni degli smartphone, ci aspettiamo da questi prodotti che siano infinitamente adattabili e aggiornabili.

Per i musei e le gallerie alla ricerca di nuovi e stimolanti modi per generare interazioni tra visitatori e collezioni, questa democratizzazione della tecnologia rappresenta forse sia una benedizione che una maledizione. Da un lato, i visitatori non sono più entusiasmati dagli schermi touch-screen e dai software per computer di per sé. D’altra parte, la disponibilità di prodotti adattabili e di massa permette ai musei un facile accesso ad hardware più intelligente con meno soldi. Allo stesso tempo, i visitatori avranno spesso familiarità con la piattaforma hardware e potranno anche essere in grado di utilizzare i propri dispositivi personali per accedere ed interagire con i contenuti espositivi multimediali.

Gli Ultimi prodotti di consumo che si prestano ad essere utilizzati nei musei e nelle gallerie – e probabilmente i più adatti finora inventati – sono i dispositivi tablet come l’iPad e il Samsung Galaxy. L’IPad di Apple è ovviamente il leader e protagonista di questo settore, ci sono esempi di musei che permettono a questi dispositivi di fornire contenuti e interazione ai visitatori, nonostante abbia meno di un anno di età.

In alcuni casi, gli iPad vengono utilizzati dai musei per fornire versioni più ricche e ampliate della loro applicazioni iPhone esistenti. The American Museum of Natural History ha lanciato una versione per IPad della sua applicazione   Dinosaurs, mentre l’applicazione  Rooftop Garden di SFMOMA per iPhone, che offre un tour del suo giardino delle sculture, è stata potenziata per l’iPad.

Ma il Melbourne Museum ha deciso di costruire una sua applicazione per iPad come parte delle celebrazioni del suo decimo compleanno. L’applicazione gratuita   Please Touch the Exhibit   fa uso delle larghe dimensioni dello schermo e delle funzioni di scuotimento dell’IPad, consentendo agli utenti di esplorare la collezione del museo attraverso dieci temi di scienza e storia sociale.Allo stesso modo, degli estratti dello show sull’espressionismo astratto di New York tenutosi al MoMA sono disponibili solo sul iPad. L’applicazione   AB EX NY   offre immagini ad alta risoluzione delle opere selezionate, i video e le informazioni più dettagliate sull’arte e gli artisti.Esso include anche una storia di New York con una mappa multimediale di studi, gallerie, bar e altri punti di interesse.

Una delle attrattive principali delle applicazioni come queste è che offrono alle persone una esperienza ricca, simile ad un tour, lontano dalle stesse istituzioni – prima, dopo o addirittura al posto di una visita fisica. ‘Uno degli usi che piace davvero alla gente [delle nostre tour application] è la possibilità di portarsi via un pezzo di realtà,’ ha affermato nel 2010 alla conferenza Tate Handheld   Ted Forbes   produttore del Dallas Museum of Art multimedia.’Forse partecipano ad alcuni dei tour mentre sono di fronte agli oggetti, ma possono anche andare a casa e riguardare il tour dopo la visita. Ha un sacco di applicazione in quelle aree, quindi è molto importante per noi essere in grado di [offrire questi] tour. ‘

Una delle domande emerse alla conferenza Museums Association’s All in Hand: Working with Handheld Devices, presso il Royal College of Surgeons, nel luglio 2010, era se un’istituzione culturale può permettersi di sviluppare applicazioni mobili e se l’organizzazione può sperare di recuperare il suo investimento. In breve, produrre delle guide mobili genera ricavi?

Non ci sono risposte semplici a queste domande, perché ogni progetto e ogni museo ha le proprie esigenze, target e budget, ma è interessante notare che le applicazioni per iPad hanno un prezzo medio più alto delle applicazioni per iPhone, forse con un conseguente aspettativa superiore per l’iPad. Sebbene la maggior parte delle applicazione per iPad dei musei sono state finora offerte gratuitamente, vi è la possibilità di utilizzare l’App Store di Apple come un meccanismo per generare ricavi da contenuti multimediali, qualcosa che sarebbe stato quasi impossibile con le applicazioni tradizionali che proponevano solo delle gallerie fotografiche.

Il successo dell’Applicazione di fotogiornalismo del Guardian per iPad, Eyewitness, ha spinto verso la creazione di una versione migliorata, ma a pagamento per il futuro, secondo New Media Age .Nonostante Eyewitness si ponga al di fuori del settore museale, non è difficile vedere come il fascino evidente di contenuti di produzioni multimediali di alta qualità possano anche essere una fonte di reddito e di brand building per musei e gallerie.

I Giochi legati alle mostre, in particolare, potrebbero fornire una fonte di reddito, se possono essere venduti come applicazioni di gioco nello App Store. Come   Jason Daponte , ex caporedattore di BBC Mobile, ha detto alla Conferenza Handheld Tate: ‘Non si potrebbe pensare al mondo dei giochi come un qualcosa di così importante per i musei, ma vi sfido a pensarci molto, molto seriamente.Se si guardano i negozi di applicazioni (app store), generalmente le applicazioni più popolari – otto o nove dei primi dieci – sono sempre giochi. Quindi bisogna andare dove si trova il pubblico, vedere cosa sta facendo e cercare di entrare. ‘

Presso il Powerhouse Museum di Sydney, un gioco in-gallery chiamato WaterWorx   è stato consegnato tramite otto iPads nello spazio espositivo.Questo è dove i grandi tablet grandi differiscono dagli smartphone multimediali – sono abbastanza grandi per operare come ‘chioschi’ per le gallerie. Allo stesso tempo, l’applicazione o gioco può essere utilizzata dai proprietari dell’iPad a casa. Secondo Seb Chan, responsabile del settore tecnologie digitali, sociali ed emergenti presso il Powerhouse Museum, il gioco WaterWorx ora può essere utilizzato per il rilascio commerciale su un App Store, generando del reddito per il museo.

Così forse dopo tutto la perdita del fattore sorpresa nella tecnologia non è una maledizione. Può solo voler dire che le installazioni interattive sono sviluppate sulla base della rilevanza e del contenuto e non a causa di un obbligo percepito di inserire un elemento di tecnologia in uno spazio espositivo. Come Silvia Filippini Fantoni, senior producer presso l’azienda di consulenza sui media digitali Cogapp , spiega sul blog del gruppo   : “L’Interpretazione Mobile non riguarda la tecnologia.Riguarda l’esperienza degli utenti ed in particolare il contenuto. I musei devono concentrarsi a raccontare una storia che risponda alle domande, crei emozioni, ispiri una risposta, piuttosto che utilizzare la tecnologia per il gusto di farlo. ‘

Chan fa eco a questa opinione, facendo notare anche il nuovo ruolo della tecnologia di consumo nella fase di sviluppo del museo multimediale. ‘[WaterWorx] porta con sé un riconoscimento esplicito che l’intrattenimento e gli attrezzi di calcolo sui quali i visitatori possono mettere le mani al di fuori del museo sta andando sempre meglio [di], o almeno al pari, rispetto a quello che i musei possono creare . Quindi, piuttosto che continuare la corsa agli armamenti, la distribuzione delgi iPad è un mezzo sia per concentrare l’attenzione sui visitatori che per dedicare le risorse sui contenuti e l’impegno – senza visualizzare le tecnologie ‘.

Modificare il business model del Museo


I bilanci dei musei sono sempre più sotto pressione, ed è probabile che questa situazione peggiori ancora, prima di migliorare. I governi europei stanno discutendo sulla possibilità che il modello del “finanziamento filantropico di stile americano” sostituisca il sistema basato sui finanziamenti pubblici.

Questo modello filantropico può richiedere decenni prima che si sviluppi, e per le istituzioni piccole e regionali le sponsorizzazioni aziendali a larga scala sono altamente improbabili. Questa è una sfida enorme per le principali istituzioni culturali ed un cambiamento verso un modo più imprenditoriale di fare le cose è di vitale importanza.

Il concetto di ciò che è un museo si è costantemente evoluto da quando esistevano solo delle collezioni possedute da privati, e forse questa scarsità di finanziamenti accelererà questo cambiamento.

Il museo deve considerare il suo patrimonio sia in termini di locali, collezioni, programma che in termini di capacità di cercare nuovi modi per generare entrate.

Per me il centro di ogni cambiamento dovrebbe essere l’impegno tra le persone e il museo, abbattendo le barriere tra l’istituzione e la comunità, abbracciando l’idea del museo come un spazio terzo e invitando le persone che serviamo a suggerire nuovi modi di utilizzare il museo.

Un’idea che Jon Pratty ha suggerito nel 2009 era basata sul modello della scuola estesa:

Il Museo esteso è l’incarnazione fisica dei social media che oggi conosciamo e amiamo. E’solo che è ambientato in quel museo o galleria che tutti noi cerchiamo di tenere in piedi, cercando nuove fonti di finanziamento.

Nella scuola estesa, le persone si incontrano e  stanno assieme dopo le regolari ore scolastiche. Tutti i tipi di attività si svolgono in ogni parte della scuola, attraendo molti tipi di persone, spesso quelli a cui non piaceva la scuola e l’educazione. Gli anziani fanno corsi serali. I gruppi di Yoga sudano e sciolgono i muscoli. Le persone  in questo modo apportano nuovi flussi di entrate nello spazio utilizzato.Non solo gruppi privati, ma anche le istituzioni locali e agenzie di servizi sociali utilizzano lo spazio.

Nel Museo esteso, possiamo lavorare lasciando intatte le tradizionali barriere di ‘apertura’ che sono evidenti – le collezioni e la sicurezza non possono evidentemente essere cambiati. All’interno dei modelli culturali tradizionale si potrebbero ancora attivamente sollecitare idee ed interazioni da utilizzare per sfruttare gli spazi.

Invece di lezioni sull’apprezzamento dell’arte che sono tradizionali, potremmo Provocare le persone a pensare qualcosa di nuovo, per innescare nuove interpretazioni di vecchie collezioni.Potremmo osservare le nostre collezioni e gli spazi d’arte pubblici e cercare di immaginare per quali altri scopi sociali potrebbero servire: corsi di meditazione; giovani criminali che fanno del servizio civile circondati da cimeli della prima guerra mondiale; i nuovi arrivati ​​nel paese che imparano l’inglese in mezzo ad oggetti da collezione provenienti da tutto il mondo.

Si parla di musei contenenti testimonianze del passato che ci aiutano a decifrare il presente – ma abbiamo veramente cercato di esplorare questa ‘caratteristica’ lavorando in un modo più consensuale e partecipativo?

Potremmo quindi avere un museo che si cala molto di più con i bisogni e le caratteristiche sociali del luogo – in modo da accedere ai finanziamenti provenienti da tutta la comunità, in quanto fa parte del paesaggio sociale, educativo e culturale di una città.

Questo è il tipo di pensiero radicale di cui necessita questo settore, e non è difficile vedere come possa adattarsi alla missione della maggior parte delle istituzioni.

In tempi di crisi abbiamo bisogno di idee innovative e di una leadership ispiratrice, ma entrambi sembrano mancare in un settore che è abituato ad avere il tempo ed i soldi per muoversi lentamente.

Manifesto incompleto per MuseumNext


Si tratta di un ‘Manifesto incompleto per MuseumNext ‘ presentato da Jim Richardson alla conferenza Join to Create tenuta ad Amsterdam il 19 gennaio 2010. Questo manifesto mette assieme pensieri su come musei e gallerie possano utilizzare la tecnologia per creare esperienze più coinvolgenti per i visitatori:

1. Ci si evolverà

La tecnologia ha causato un cambiamento culturale, il modo in cui agiscono le persone sta cambiando. I Musei devono evolvere per soddisfare queste aspettative mutevoli del pubblico.

2. Ci si sposterà dalla didattica al dialogo
I musei devono essere delle piattaforme di scambio, accettando il fatto che tutti possono avere qualcosa di valido per contribuire.

3. Saremo aperti
Dobbiamo usare la tecnologia per portare le persone dietro le quinte e per dare loro l’accesso diretto al nostro personale e alle nostre competenze.

4. Daremo la possibilità al nostro pubblico di renderci migliori
Useremo la tecnologia per creare nuove opportunità per il nostro pubblico per dedicare volontariamente il loro tempo per contribuire a rendere i nostri musei migliori.

5. Costruiremo esperienze personalizzate
I Musei hanno bisogno di guardare al di là dell’offrire la stessa esperienza a tutti i visitatori, usando la tecnologia per offrire esperienze personalizzate.

6. Saremo sociali
La tecnologia dovrebbe essere usata dai musei per unire le persone e per estendere la portata dei nostri progetti comunitari.

7. Metteremo il pubblico nella storia
Dobbiamo dare al nostro pubblico la possibilità di essere protagonista nella esperienza e nella storia del museo, riconoscendo il fatto che molte persone preferiscono questo modo di imparare.

8. Saremo delle piattaforme per la creatività
Un museo non deve essere solo un posto dove vedere la creatività altrui, dovrebbe essere una piattaforma per incoraggiare tutti a essere creativi.

9. Noi continueremo ad esistere al di là del museo fisico
La tecnologia permette al museo di entrare in contatto con persone al di fuori della sua posizione fisica, aumentando la portata geografica e l’impatto che può avere.

10. ?
Questo decimo punto è stato deliberatamente lasciato vuoto, cosa pensi che dovrebbe essere? Ti preghiamo di lasciare i tuoi commenti qui sotto.

 

RFID e il museo


La tecnologia è spesso utilizzata dai musei e gallerie per creare momenti di interazione che favoriscano una considerazione più profonda di una collezione o di un soggetto. Allo stesso tempo, l’utilizzo di hardware e software può portare un elemento di teatro e magia all’interno degli spazi espositivi. Ma la scelta e lo sviluppo di tecnologie interattive possono essere pieni di insidie: Che cosa è disponibile? È troppo costoso? È affidabile? La gente lo capirà? E, la domanda più importante di tutte: è opportuno?

Una possibilità per la costruzione di interazione con il visitatore in uno spazio espositivo è quella di utilizzare un sistema RFID. RFID è l’acronimo di Radio Frequency Identification, che suona forse complesso, ma è un metodo semplice, relativamente poco costoso ed affidabile per effettuare i collegamenti tra i visitatori e le installazioni o mostre.

Se avete mai usato il sistema di viaggio Oyster a Londra, allora hai utilizzato una carta e un lettore RFID. Gestendo migliaia di passeggeri ogni giorno, Oyster offre una soluzione robusta, una comunicazione veloce e continua tra il tuo conto personale e la rete di collegamenti di trasporto.

Il bello della radio è la sua invisibilità. Passando una carta vicino ad un lettore, che può essere incorporato in un altro oggetto o ‘prop’, si crea una comunicazione diretta e immediata con un software per computer, senza la necessità di qualsiasi altro input fisico da parte dell’utente. In un ambiente museale, tag e lettori RFID possono essere usati per tracciare il
percorso di un singolo visitatore attraverso una mostra, magari costruendo un record di risposte a domande a tema, o un record di successi nei giochi interattivi.

Nell’esibizione A’DAM, man & fashion dell’Amsterdams Historisch Museum ,che va avanti fino al primo febbraio, un elemento interattivo basato su RFID attraversa tutto lo spazio.All’inizio della mostra i visitatori creano un profilo personale che viene poi legato al loro documento di riconoscimento (A’DAM ID). In vari punti della mostra questa carta RFID è utilizzata per registrare le preferenze personali relative ai vestiti, immagine di sé e della moda, tra cui la scelta di marchi per cose come la birra, scarpe, jeans e biancheria intima.

Ogni selezione viene registrata, proprio come un viaggio a Londra sul sistema Oyster, e alla fine della mostra i dati sono utilizzati per rivelare un profilo del partecipante, mostrando la sua immagine personale a confronto con gli altri visitatori. Come dice il museo: ‘i visitatori diventano essi stessi parte della mostra’.

Il concetto A’DAM  ID è stato sviluppato da un workshop tra i curatori del museo, dei graphic designer, personale educativo e esperti di marketing, insieme con il gruppo di progettazione BuroKoos.Secondo Hester Gersonius, responsabile del museo per quanto riguarda i social media e web, ci sono stati una serie di elementi che tutti volevano nella mostra, tra cui un ‘questionario’ personale, una fotografia e il profilo dei partecipanti e qualcosa da inviare alle persone via e-mail dopo la loro visita.

‘Abbiamo usato il sistema RFID come una sorta di prova o prototipo per future mostre’, dice Gersonius. ‘Una cosa che abbiamo imparato è che bisogna mantenere le cose molto semplici affinchè la gente le capisca – ad esempio, alcuni visitatori strisciavano le loro carte sugli schermi con le istruzioni, piuttosto che sui pilastri in cui sono incorporati i lettori. Ma ora la gente si è abituata e penso si aspetti qualcosa di simile in un mostra futura. Abbiamo investito nell’hardware e verrà utilizzato di nuovo nella nostro prossima mostra permanente ‘.

Un simile uso della tecnologia RFID era presente in Science of Survival, una mostra itinerante creata da The Science Of … ; in quel caso le installazioni chiedevano ai visitatori di fare scelte di vita diverse relativamente al contenuto della mostra (comprese delle zone del cibo e delle bevande, dei trasporti e dell’edilizia ).Anche in questo caso, ogni decisione è stata registrata, elaborata e mostrata nel finale sul display, Future City, che prevedere l’impatto ambientale di queste scelte di vita in una comunità nel 2050.

In entrambi questi esempi, la scheda e il lettore RFID sono utilizzati come un modo semplice per incorporare le risposte del visitatore nel contenuto della mostra stessa. Ciò consente di promuovere una interazione cognitiva con le idee a portata di mano creando dei collegamenti tra le diverse aree tematiche nelle mostre.

Altre tecnologie di input, come ad esempio tastiera e mouse, bottoni, dispositivi touch-screen o scanner di codici a barre, avrebbero potuto essere utilizzati per raccogliere le stesse informazioni, ma per un semplice monitoraggio delle risposte l’RFID è probabilmente la tecnologia più elegante. Come bonus per il museo, i lettori RFID possono essere utilizzati per registrare in maniera anonima le abitudini, i tempi di marcia e di sosta   dei visitatori, per una successiva analisi.Allo stesso modo, presso il British Music Experience presso lo O2 di Londra, i visitatori possono utilizzare i tag RFID presenti nei loro biglietti per ‘raccogliere’ gli oggetti e le esibizioni a cui sono interessati in modo che li possano online, nel loro tempo libero, dopo la visita.

Un altro vantaggio della tecnologia RFID è il suo costo relativamente basso, soprattutto quando le carte sono acquistate in blocco. Schede e lettori operano su diversi raggi di azione, quelli con un raggio di azione più piccolo di solito sono i più economici, per cui vale la pena di scegliere con attenzione, a seconda delle esigenze degli impianti.

Ma la magia della tecnologia RFID viene realmente alla ribalta quando i lettori sono incorporati all’interno (o quasi) di altri oggetti. Un buon esempio è   Itea , un lettore di tazze da tè creato da un gruppo collaborativo di Amsterdam di progettisti e programmatori di un laboratorio RFID gestito da Mediamatic .Basta inserire la propria carta d’identità nella tazza e le informazioni personali, provenienti da internet, vengono proiettate sullo schermo di fronte.

Un sistema ‘nascosto’ di RFID è utilizzato anche presso la mostra del Nobel Peace Center a Oslo, in Norvegia, che dispone di tecnologie interattive progettate dallo statunitense Small Design Studio .Nella Camera del Nobel, un ‘libro’ sulla vita di Alfred Nobel utilizza proiezioni per creare le sue pagine e sensori a infrarossi per rilevare il punto sulla pagina dove la gente sta puntando. I chip RFID sono inseriti in ogni pagina per dire al computer quale pagina è aperta, e quindi cosa proiettare.

Come con qualsiasi tecnologia in un ambiente museale, a determinare quale approccio interattivo, se ce n’è uno, sarà il più adatto concorrono svariati elemento come: l’attenta considerazione degli obiettivi della mostra e dei requisiti, dei contenuti, degli oggetti e delle storie, il budget dei progetti, i piani di sviluppo e l’ambiente fisico in sé. Ma, come dimostrano gli esempi appena descritti, la tecnologia RFID è in grado di offrire una interfaccia semplice e spesso incantevole tra le persone e le installazioni digitali.

Museo e Dialogo


Come l’esplosione dei social media, sempre più si parla della possibilità – e realtà – di interazione, collaborazione e dialogo. Ora siamo tutti così facilmente collegati, le conversazioni possono andare avanti e indietro come mai prima; almeno questa è la promessa.

Per i musei, questa è una prospettiva allettante: l’offerta di canali già disponibili attraverso i quali dialogare con il pubblico, vicino e lontano, ad un costo relativamente basso. Ma i social media hanno veramente portato avanti un dialogo autentico fra le istituzioni con un grosso patrimonio culturale e la società in generale?E quali sono le implicazioni del cercare di promuovere tale comunicazione a due vie?
Molti musei non sono estranei al dialogo ed al dibattito con i loro visitatori. Alcune delle istituzioni più grandi hanno già sviluppato dedicati spazi fisici al fine di ospitare e promuovere eventi di dibattito.Il Nature Live Studio del Natural History Museume ed il Dana Centre dello Science Museum sono due esempi di alto profilo di dialoghi basati sui forum di discussione.In realtà, il Dana Centre è stato specificamente creato, otto anni fa, come una struttura che permettesse agli adulti di avere un dialogo scientifico, lontano dall’atmosfera adatta ai bambini dei principali musei.I focus group hanno rivelato che questo tipo di dibattito a doppio senso piacerebbe agli adulti e li aiuterebbe a visitare il Museo della Scienza.

I social media che operano online sembrano offrire un percorso ancora più semplice per stimolare il dialogo con chiunque sia interessato al lavoro di un museo. In particolare, i social media permettono di avere delle conversazioni quotidiane, così come eventi a tema una tantum.Eppure, nonostante questa promessa, i siti di social network come Facebook e Twitter sono ancora prevalentemente utilizzati come canali di marketing e pubbliche relazioni, a volte fornendo interazioni del tipo domanda e risposta tra il pubblico e il museo.

Ma questi scambi di domande e risposte implicano necessariamente conversazione e dialogo?’Affinchè la comunicazione rappresenti un dialogo, bisogna fare una terza affermazione al fine di dimostrare che entrambe le parti sono partecipi’, dice Kevin Bacon, curatore della fotografia presso il Royal Pavilion and Museums, Brighton & Hove.’E’ una grossa cosa, naturalmente, che i social media vengano utilizzati per le sessioni di domande e risposte e per il marketing, ma questi sono essenzialmente le attività tradizionali che stanno utilizzando i nuovi media per gran parte gli stessi obiettivi di prima.Penso che abbiamo bisogno di guardare i social media ad un livello molto più elementare e considerare il modo in cui questo può trasformare il rapporto dei musei con la società.’

Nel migliore dei casi, i musei sono delle miniere incredibilmente ricche di conoscenza e dei siti di indagine sul mondo e sulla nostra vita all’interno di esso. Poichè questi soggetti sono così vasti, i musei probabilmente hanno tanto da ricevere da parte del pubblico quanto hanno da dare. L’interpretazione è spesso personale e può essere arricchente per i curatori sentire la conoscenza e l’esperienza di altre persone su un oggetto o su una collezione. In una recente fiera della scienza presso il Pitt Rivers Museum di Oxford, per esempio, ho usato un tamburo parlante dell’Africa occidentale per dimostrare le proprietà della frequenza nel suono, ma un ospite africano dell’evento sapeva molto più di me su come i tamburi sono stati utilizzati dagli indigeni.

Quando si parla di dialogo, i musei devono chiedersi che cosa potrebbero desiderare dalle conversazioni con il pubblico e ciò che i media sociali possono offrire. ‘Il miglior dialogo mira a ricostruire i contesti originali delle collezioni, consentendo alle persone di creare nuovi significati e opere culturali, applicando questa conoscenza per il futuro ‘, dice Bridget McKenzie, direttore di Flow Associates.’Gli obiettivi finali dei migliori tipi di pratica implicano un più ampia trasformazione sociale o culturali, come ad esempio la creazione di una società conoscitiva. Questi sono molto più importanti degli obiettivi aziendali, anche se i risultati potrebbero essere un profilo migliore, la partecipazione e il supporto per l’organizzazione. ‘

Secondo McKenzie, le interazioni online variano ampliamente. C’è il testing ‘superficiale e frammentario’ dei social media, così come dei più mirati programmi aziendali che coinvolgono le persone al fine di vendere i biglietti, incrementare i membri e, in generale, aumentare il numero di visitatori.Mentre ci muoviamo verso il dialogo educativo, gli scambi possono diventare più ricchi. I tradizionali metodi ‘informativi’ offrono informazioni sulle collezioni, idee e storie, ma in fondo allo spettro non ci può essere anche un apprendimento dialogico trasformativo, ‘dove l’obiettivo è quello di risolvere i problemi o di creare un orizzonte condiviso di comprensione attraverso attività che vanno dalla conversazione fino alla ricerca collaborativa o esperimento creativo ‘, dice McKenzie.

La profondità di questo tipo di obiettivi è ben lontana da una domanda con poche risposte su una pagina di Facebook. Essi sono legati alla definizione del ruolo, delle finalità e anche alla struttura operativa di un museo. I messaggi Aziendali e PR non si basano sul dialogo, ma un efficace apprendimento trasformativo lo fa sicuramente. Coltivare questo livello di comunicazione richiede uno sforzo comune per promuovere una cultura della conversazione tra tutti i professionisti dei musei, non solo quelli che operano l’account Twitter. Ma secondo Nina Simone, uno dei migliori consulenti negli Stati Uniti sui musei e web 2.0, la maggior parte dei musei ‘non ha le risorse o le politiche per sostenere un vero dialogo con il pubblico, anche se sono presenti nel mondo dei social media.’

Ma i numeri ci sono: i ‘Mi Piace’ sulle pagina di Facebook di alcuni dei musei più grandi sono decine (o centinaia) di migliaia. L a vera domanda è cosa fare con loro.Per Bacon, utilizzare i social media per il dialogo e la conversazione potrebbe essere un passo verso la radicazione dei musei nella vita quotidiana.
‘I Musei sono cambiati sostanzialmente negli ultimi dieci anni, ma ho il sospetto che la maggior parte delle persone ancora li percepisce come poco più che un luogo dove ci sono cose da guardare,’ dice. ‘I social media sono un ottimo mezzo per far conoscere che cosa effettivamente i musei fanno e per mostrare cosa succede dietro le quinte; ci sono molte più possibilità per trasportare i musei nella fantasia popolare. Questo può quindi fornire una piattaforma per lo sviluppo di un nuovo pubblico, per la filantropia e, cosa forse più importante al momento, il sostegno politico. Nessuna di queste cose richiede necessariamente il dialogo, ma le conversazioni che possiamo tenere miglioreranno e rafforzeranno enormemente queste nuove relazioni. ‘

Inutile dire che il coltivare qualsiasi tipo di dialogo continuativo richiede un impegno e un investimento di tempo, risorse ed energia.Se il museo vuole veramente impegnarsi a proporre un dialogo più profondo – qualcosa al di là dell’elenco on-line degli eventi, degli aggiornamenti di stato e delle domande e risposte di 140 caratteri – c’è senza dubbio un sacco di lavoro da fare.